FOTO DI STABIA

giovedì 26 gennaio 2012

DECRETO LIBERALIZZAZIONI


UNA TRUFFA PER I LAVORATORI E LA POVERA GENTE. 
UN VANTAGGIO  PER BANCHE, INDUSTRIALI, COSTRUTTORI, ASSICURAZIONI, PETROLIERI


Il governo vara le “liberalizzazioni” e tutta la stampa borghese confeziona uno spot propagandistico trionfale: “tutelati i consumatori”,”provvedimenti per la crescita”, “ colpite le corporazioni ”.. Il tentativo è quello di vendere all'opinione pubblica, ed in particolare al lavoro dipendente, l'immagine di un governo che compensa i sacrifici imposti sulle pensioni, sulle prima casa, sull'IRPEF, con un colpo ai privilegi dei “ricchi”.
  
La verità non è “diversa”: è opposta. 
Le misure del governo colpiscono duramente solo i settori popolari della piccola proprietà e dei servizi ( tassisti, edicolanti, gestori non proprietari delle pompe di benzina). A tutto vantaggio di banche, assicurazioni, industriali, costruttori, petrolieri: che ingrassano ulteriormente le proprie posizioni sociali e di potere. 
Basta leggere il decreto. 


UN DECRETO PER LE BANCHE 
Le banche escono rafforzate. Incassano l'obbligo di apertura dei conti correnti “base” di milioni di pensionati poveri ( già varato dal decreto salva Italia) senza alcuna gratuità del servizio: il governo prevede unicamente un possibile “tetto” alle commissioni. Risultato? Un guadagno netto per i banchieri sulla pelle di tanta povera gente. Non solo. Le banche ottengono assieme alle imprese il libero ingresso dei capitali privati nel “finanziamento, realizzazione,gestione” delle infrastrutture ( project financing). Cosa significa? Che avranno la possibilità di partecipare agli utili di gestione per rifarsi, con gli interessi, delle spese di finanziamento. Come? Per esempio spingendo per elevare i prezzi del servizio ( altro che protezione dei consumatori!). 
Ancora. Le banche possono entrare nel nuovo business dei servizi pubblici locali e delle ferrovie. I servizi pubblici locali dovranno essere messi a gara a partire dai 200000 euro di contratto ( non più 900000). Chi possiede oggi i capitali adeguati  per mangiarsi la torta? Le banche innanzitutto che si rifaranno sui prezzi. Le ferrovie a loro volta diventano libero mercato non solo sull'alta velocità, ma sugli stessi treni pendolari che dovranno essere messi a gara: è facile immaginare che essendo meno “appetibili” per i profitti saranno comprati a prezzi stracciati, e quindi richiederanno costi del lavoro altrettanto stracciati. Soluzione: consentire ai privati acquirenti di calpestare il contratto nazionale ferrovieri. Domanda: chi sono i primi soggetti titolati ad entrare nel nuovo mercato? I capitalisti e i banchieri. Che con Banca Intesa partecipano già a pieno titolo all'impresa di Montezemolo e Della Valle in fatto di treni di lusso. Chi è il ministro che ha varato il decreto? L'ex amministratore delegato di Banca Intesa. I conti tornano. 
Nel frattempo le banche continueranno a gestire il binomio ricattatorio mutuo/polizza ( il “dovere” di esibire altre possibili polizze è ridicolo). Mentre i lavoratori bancari si ritrovano un contratto che allunga l'orario di lavoro, abbatte i salari dei nuovi assunti, accresce i poteri delle banche nella gestione dei rapporti di lavoro. Ecco la “liberalizzazione”: la massima libertà ..dei banchieri contro lavoratori e clienti. 

PETROLIERI: LA LIBERALIZZAZIONE DELLA TRIVELLA

   I petrolieri plaudono al decreto. Hanno ragione. La propaganda li annunciava come vittime designate dell'operazione. Ne escono rafforzati. La vendita annunciata delle azioni detenute nella rete di trasporto del gas( Snam) era già stata proposta dalla stessa Eni e può essere un buon affare per la compagnia ( v. intervista di Scaroni al Corriere del 22/1). Per il resto, tutto come prima, e meglio di prima per i petrolieri. I petrolieri ottengono la libertà di trivellare nelle stesse “aree protette” ( articolo 17 del decreto). E sapete la ragione? Il fatto che le famose agenzie di rating nel valutare la solvibilità di un paese verso le banche, e quindi le sue potenzialità di sviluppo economico, misurano il suo grado di autosufficienza in  tema di idrocarburi. Più alto è il numero delle trivelle ( e lo scempio di ambiente e salute), più i banchieri apprezzano! Il resto del decreto in tema di benzinai, si pone sullo stesso solco. Solo i proprietari degli impianti di distribuzione del carburante potranno scegliere la compagnia da cui servirsi. Ma sono 500 su 25000. Per gli altri 24500 le cose peggiorano: i petrolieri potranno fissare le condizioni contrattuali che vogliono con ogni singolo benzinaio, senza nessuna tutela, nessuna contrattazione collettiva. Ecco la “liberalizzazione”: la massima “libertà”.. dei petrolieri. Contro i gestori non proprietari, più servi di prima delle compagnie, e contro i consumatori: che continueranno a pagare un costo enorme per un litro di benzina. 

MENO TASSE AI COSTRUTTORI 

I costruttori non sono da meno. Il decreto riduce la tassa dell' IMU sui cosiddetti immobili di “magazzino”, cioè sugli immobili invenduti. Siccome i tempi delle compravendite di case sono più lunghi in tempi di crisi, si tratta di un bel regalo. Cui si aggiunge la parallela riduzione dell'IVA, e l'abolizione della tassa prevista dal 1949 che imponeva ai costruttori di accantonare il 2/% di un opera pubblica per il suo abbellimento ( opere d'arte, giardini, e simili). La qualità della vita può attendere, assieme all'estetica di un quartiere. Sommando a tutto questo il libero ingresso nella partita del project financing, in particolare nella costruzione delle nuove carceri, si tratta di un bottino rilevante. In compenso continueranno a crepare senza cura migliaia di lavoratori supersfruttati che affollano i cantieri edili, privi di tutela e di riconoscibilità. La “liberalizzazione” riguarda la libertà.. dei loro padroni, non la loro. 

LE ASSICURAZIONI.. RASSICURATE

Le Assicurazioni partecipano all'affare. Ed è buffo. Per anni si è blaterato sulla necessità di porre un freno all'arroganza delle assicurazioni, al caro auto, all'”onnipotenza” del settore. Persino la stampa borghese liberale ha chiacchierato spesso al riguardo. Risultato? Il decreto rassicura.. le Assicurazioni. Dà ad esse la possibilità di riparare direttamente il guasto legato all'incidente con proprie officine convenzionate. Chi non si fidasse dell'assicurazione, chi temesse una riparazione al ribasso per qualità dei pezzi ( ed è indubbio che un officina legata alla assicurazione lavorerebbe al massimo ribasso), ha la possibilità di chiedere il contante: ma alla condizione di rinunciare al 30% di ciò che gli è dovuto. In altri termini: per difendere l' assicurazione dal rischio frode da parte del cliente, si espone il cliente alla probabile frode dell'assicurazione.  Quanto al vantaggio per i consumatori,solo un cretino può pensare che tutto questo comporti un abbassamento delle tariffe delle assicurazioni. Lo stesso vale per la trovata dell'esibizione da parte dell'agente  assicurativo di tre diverse polizze di altre compagnie. Siccome l'agente è dipendente della propria compagnia ( “monomandatario”) è del tutto evidente che non farà propaganda  per la concorrenza, a meno di non voler perdere il posto. Persino Sole 24 Ore, grande sponsorizzatore delle liberalizzazioni, non ce l'ha fatta a vendere quest'ultima patacca(v. Sole 24 Ore 21/1). Si conferma dunque la regola generale: l'unica libertà che si tutela è quella del capitale.

 LA “GIUSTIZIA” DEGLI INDUSTRIALI 

Gli industriali sono, assieme ai banchieri, i sostenitori più entusiasti del decreto. Lo credo. Alla vigilia dell'annunciato incasso sulla maggiore libertà di licenziamento, assaporano le delizie delle liberalizzazioni. Dopo aver ottenuto dal governo la riduzione dell'IRAP ( a danno della sanità pubblica), la riduzione dell'IRES per gli investimenti di capitalizzazione, 6 miliardi di incentivi ACE, 20 miliardi per il fondo di garanzia dei crediti alle PMI, Confindustria ottiene oggi altre regalie. Innanzitutto l'apertura del mercato delle infrastrutture e dei servizi pubblici locali. E poi l'incasso annunciato di 60/80 miliardi di rimborsi da parte delle pubbliche amministrazioni: 5 miliardi sono subito stanziati come acconto, gli altri si pensa di darli, eventualmente ( e su richiesta delle imprese), attraverso BOT e BTP. Le imprese venderebbero a loro volta questi titoli, capitalizzando il ricavato. Lo stesso ministro Passera che ha bastonato lavoratori e pensionati per ragioni di “debito pubblico”, oggi dichiara che il mastodontico rimborso pubblico agli industriali non insidierà il debito italiano. E' la riprova che il debito è solo questione di classe e non di numeri. Ma c'è dell'altro. Confindustria ottiene la sua “riforma della Giustizia”: una magistratura speciale e rapida chiamata a dirimere in tempi record le controversie societarie. I comuni cittadini che attendono da anni, e forse invano, la soddisfazione delle proprie ragioni nelle aule di giustizia, non solo dovranno ancora aspettare, ma dovranno mettersi in coda agli industriali, cui lo Stato borghese da la precedenza. Gli industriali sono più uguali degli altri. Per loro si trovano a tambur battente quelle risorse, strutture, uomini, che non si trovano per la “Giustizia” ordinaria. Perchè? Perchè- si osserva- i “mercati” finanziari giudicano le opportunità di investimento in un paese anche in base ai tempi di risoluzione delle controversie giudiziarie in cui le imprese possono incappare. Insomma: è il mercato che fa il tribunale. Non poteva esserci illustrazione  simbolica più semplice della natura di classe della “Giustizia” in regime capitalista. 

IL MONDO DEL LAVORO PRENDA LA TESTA DELLA DISPERAZIONE SOCIALE


E' necessario denunciare e contrastare questa truffa. Tutti i partiti borghesi la sostengono, a partire dal PD. 
Di Pietro apre nuovamente al governo ( dopo il voto di fiducia iniziale) dichiarando che.. ha finalmente copiato il suo programma. Le sinistre balbettano. Con Vendola unicamente interessato ( assieme a Di Pietro) a non farsi scaricare dal PD. E la burocrazia CGIL unicamente interessata a non essere scaricata da Confindustria. E' penoso e irresponsabile. 
  
Il Partito Comunista dei Lavoratori (PCL)- sin dall'inizio all'opposizione del governo e del PD che lo sostiene- pone tanto più oggi la necessità di una mobilitazione generale del mondo del lavoro contro il governo degli industriali e dei banchieri. Non è possibile continuare a subire passivamente l'onda d'urto della politica dominante e della sua propaganda. E non è possibile limitare la protesta a qualche ora di sciopero o a qualche manifestazione ordinaria. La crisi sociale va precipitando, e si annunciano due anni di nuova recessione. La distruzione del contratto nazionale di lavoro è in atto, e non solo tra i metalmeccanici. La FIOM viene sbattuta fuori dalle fabbriche, come non accadeva dagli anni 30. Vasti settori di piccola borghesia impoverita e allo sbando, subiscono i colpi congiunti della crisi capitalista e del governo del capitale: e accumulano un senso di disperazione. Se a tutto questo non corrisponderà una opposizione di massa, unitaria , radicale, continuativa, da parte del mondo del lavoro, capace di unificare attorno a sè la disperazione sociale delle più grandi masse popolari, questa disperazione cercherà prima o poi nuovi riferimenti e canali contro i lavoratori italiani. Questo è il rischio. E' dunque l'ora della svolta. Il PCL si batterà in questa direzione, con tutte le proprie forze, e in ogni sede.
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI


mercoledì 25 gennaio 2012

Riflessione in margine alla visita in Fiat e a un'episodio di contestazione. Ichino visita lo stabilimento di Pomigliano



Lettera sul lavoro pubblicata sul Cornere della Sera del  24 gennaio 2 0 I 2

Caro Direttore, venerdì mattina ho visitato in ogni reparto il nuovo stabilimento della Fiat di
Pomigliano. Il pomeriggio dello stesso giorno, all'Università di Napoli, ho assistito all'intervento
urlato di un gruppo di contestatori  uno dei loro slogan era "contro Marchionne e contro il
precariato". Ho provato una stretta al cuore per l'inganno di cui quei ragazzi sono vittime. E per la
responsabilità grave che tanta parte della sinistra italiana si assume demonizzando un insediamento
industriale come questo.
Ho visto moltissime fabbriche metalmeccaniche; ma una come questa di Pomigliano non
l'ho vista mai. Non mi riferisco all'esercito dei robot del reparto lastratura, che compiono
interamente da soli il lavoro più pesante e pericoloso: il montaggio e la saldatura della scocca, la
struttura della Panda. Mi ha impressionato molto di piu il resto della fabbrica, dove a operare
direttamente sono le persone. La prima cosa che mi ha colpito è stata l'assenza di rumore,
l' ampiezza degli spazi, la distribuzione della luce, l' azzurro della rete dei vialetti, con strisce
spartitraffico e passaggi pedonali, che attraversano le zone di lavoro; gli uffici con le pareti di
cristallo collocati inmezzo al percorso del montaggio, quasi a sottolineare il superamento di ogni
distinzione tra operai e impiegati. Poi il serpentone giallo: la nuova "catena" che catena non è più,
collocata su di un largo nastro di parquet tirato a lucido, che si sposta lentamente, dove anche a me
estraneo viene consentito di muovermi liberamente nei larghi spazi tra una postazione e l'altra.
Tutto è strutturato in funzione della persona che lavora: è la scocca ad abbassarsi o rovesciarsi, non
le braccia ad alzarsi.I lavoratori, per lo più giovani, ragazzi e ragazze, tutti con una tuta bianca
pulitissima, suddivisi in gruppi di cinque o sei e tra loro intercambiabili. Scelgo a caso quelli o
quelle con cui parlare a tu per tu. Tutti mi dicono che la nuova organizzazione è meno pesante della
precedente.La paga-base mensile lorda di un quinto livello, qui, è sopra i 1700 euro, quasi 1550 per
un terzo livello; poi ci sono il premio e gli scatti; quando entrerà in funzione il terzo turno, a questi
si aggiungerà il compenso per l'ora e mezza media settimanale di straordinario e la maggiorazione
per il lavoro nottumo.
Uscito di lì, attraversando le vie sdrucite della periferia di Napoli, mi frulla per la testa la
frase più benevola che ho sentito dalle mie parti politiche riguardo a questo stabilimento due anni
fa, quando si discuteva del progetto "Fabbricaltalia": "Sì, purché sia un'eccezione". Ma perché
questa diffidenza? Solo per le due deroghe marginali che il progetto comportava rispetto al contratto
collettivo nazionale, delle quali la più rilevante riguardava appunto la possibilità di un'ora e mezza
di straordinario alla settimana? A me sembra che dovremmo, semmai, auspicare altri cento
stabilimenti come questo per lo sviluppo del nostro Mezzogiorno, per rimettere in moto la crescita
del nostro Paese. Altro che "un'eccezione"!
Oggi l'obiezione è che a Pomigliano si viola la democrazia sindacale, perché non viene
riconosciuto il diritto della Fiom-Cgil a una rappresentanza in fabbrica. Questo è il
risultato - conforme, peraltro, alla legge vigente - del rifiuto opposto dalla stessa Fiom alla firma di
qualsiasi contratto collettivo applicato dalla Fiat. Cambiamo questa norrna. Però l'attacco
violentissimo contro il piano "Fabbrica ltalia" è venuto molto prima che sorgesse il problema della
rappresentanza sindacale. E la gueniglia giudiziaria contro il progetto, I'opposizione a che qualche
cosa di simile a Pomigliano si faccia anche altrove, prescinde da questo particolare problema.
Si dice, ancora: "La Fiat non ha chiarito il suo piano industriale". Sarà; ma qui c'è un
investimento colossale che sta dando lavoro per almeno quattro anni a migliaia di persone; e lavoro
di alta produttività e qualità, relativamente ben retribuito. Chiediamo pure chiarimenti ulteriori sul
futuro, ma qui c'è già qualcosa di chiarissimo per il presente, che stiamo disprezzando senza
neppure degnarlo di uno sguardo (il sindaco di Napoli De Magistris ha rifiutato di visitare lo
stabilimento!). Oltretutto, disprezzandolo, presentiamo a tutte le multinazionali che potrebbero
essere interessate a investire da noi un'immagine repellente del nostro Paese.
A i ragazzi del centro sociale "contro Marchionne e contro il precariato" ho chiesto: non vi
accorgete che, tolto Marchionne, vi resta solo il lavoro nei sottoscala controllati dalla camorra? Chi
incita al rifiuto di un investimento come quello della Fiat-Chrysler su Pomigliano, da dove pensa
che possa venire lo sviluppo del Mezzogiorno e la crescita di questo Paese?

sabato 21 gennaio 2012

Assunti con le dimissioni firmate Così ti ricatto i lavoratori

Prima arriva la promessa e poi l'inganno. Prima il contratto a tempo indeterminato e, pochi minuti dopo, la lettera di licenziamento. Si può essere "dimissionati" per decine di pretesti, ma i motivi più frequenti sono la nascita di un figlio, una malattia, l'età, i rapporti con il sindacato. Una prassi illegale che coinvolge in percentuale il 60% delle lavoratrici donne e il 40% dei lavoratori. Non riguarda solo la manodopera operaia, tessile e artigiana, ma si estende anche al personale impiegatizio di piccole e medie aziende.





Accade nei cantieri, nei negozi, nei centri commerciali, nelle botteghe artigiane, nelle imprese. Tra le ricamatrici di abiti da sposa  come tra gli operai delle officine metalmeccaniche. Nelle aziende in crisi ma anche in quelle sane. Dove ci sono 10 dipendenti, ma anche 50. Al Sud e al Nord. Si chiamano "dimissioni in bianco" e  sono una delle piaghe più sommerse e invisibili del mercato del lavoro in Italia, la clausola nascosta del 15% dei contratti a tempo indeterminato, un ricatto che colpisce due milioni di dipendenti, in gran parte donne.

Ricorda Fabrizio B., meccanico specializzato di 34 anni, oggi a contratto in una grande acciaieria umbra: "Con un'unica penna ho firmato la mia assunzione e le mie dimissioni, la speranza e la condanna, sapevo che era un ricatto, sapevo che era illegale, ma avevo due figlie piccole, un mutuo, e il bisogno, disperato, di uno stipendio. Era il 2003: cinque anni dopo, quando mi sono opposto a turni di lavoro disumani, il mio principale dopo mesi di mobbing ha tirato fuori la lettera e ci ha messo la data. Sono stato cacciato, ma in realtà risultavo "dimesso". E dunque senza possibilità di oppormi, di avere né disoccupazione né altro... Ho impiegato anni per riprendermi, il mio matrimonio è fallito, ho rischiato di perdere la casa. E oggi ancora ne porto i segni".

Si annida dappertutto il fenomeno delle dimissioni in bianco,  rappresenta oltre il 10% di tutte le controversie di lavoro dei patronati Acli, il 5% delle vertenze degli uffici Cisl, spunta come una gramigna cattiva da ogni interstizio produttivo,  tra le commesse dei negozi di lusso come tra gli impiegati delle agenzie di servizi, nell'edilizia senza regole che cementifica le nuove periferie, ma anche nelle botteghe artigiane  dell'orgoglio made in Italy.

E nell'80% dei casi resta un reato impunito e taciuto. Ma che cosa è questa prassi illegale che coinvolge in percentuale il 60% delle lavoratrici donne e il 40% dei lavoratori maschi, la manodopera operaia, tessile e artigiana, ma si estende anche e con una percentuale del 25% , al personale impiegatizio di piccole e medie aziende? Come si fa a ricattare così un lavoratore, ma soprattutto una lavoratrice, (le donne spesso vengono "dimissionate" non appena tornano dalla maternità) con una distorsione delle regole tanto evidente che il ministro del Lavoro Fornero, su pressione di  diversi gruppi di donne, ha annunciato a breve un provvedimento per rendere impossibili le dimissioni in bianco?

La promessa e l'inganno "In pratica - spiega Pasquale De Dilectis, direttore provinciale del patronato Acli di Napoli  -  al momento dell'assunzione le aziende fanno firmare al lavoratore un foglio completamente in bianco, o magari una pagina già compilata ma senza una data, in cui il neo dipendente presenta le proprie dimissioni. Questa lettera viene custodita dal titolare che così può decidere, in ogni momento, di mandare via quell'operaio, quella commessa, o magari quell'impiegato, senza doverlo licenziare, e dunque scaricando se stesso da qualunque responsabilità e mettendosi al riparo da cause e contenziosi...". Perché è difficilissimo, una volta firmata una lettera autografa, dimostrare che si è stati costretti a quel gesto, e spesso patronati e sindacati non possono fare altro che "raccogliere" la storia di quell'uomo o quella donna ricattati e beffati da padroni senza scrupoli.

E si può essere "dimissionati" per decine di pretesti, ma i motivi più frequenti sono la nascita di un figlio, una malattia, l'età, i rapporti con il sindacato. O semplicemente, anzi cinicamente, raccontano ancora alle Acli,  "lo scadere dei benefici della legge 407 del 1990, che permette ai datori di lavoro che assumono a tempo indeterminato di non pagare per 3 anni i contributi al  neo-dipendente che viene coperto direttamente dall'Inps". Passati quei mille giorni la lettera salta fuori, e il lavoratore diventa carta straccia, avanti il prossimo per poter "rubare" i benefici di legge.

 



giovedì 19 gennaio 2012

Ammortizzatori sociali in deroga, approvate le linee guida 2012


Il tavolo istituzionale di concertazione presieduto dall'assessore al Lavoro e alla Formazione Professionale Severino Nappi ha approvato le linee guida per l'accesso agli ammortizzatori sociali in deroga per l'anno 2012 (cassa integrazione guadagni - mobilità - disoccupazione speciale).
La decisione odierna consentirà, già dalle prossime settimane, di accompagnare lavoratori ed imprese in crisi della Campania nel percorso verso il recupero produttivo.
Accanto alle politiche di sostegno al reddito è stata data ulteriore rilevanza alle politiche attive, incentivando il ricorso ai percorsi di riqualificazione e di formazione dei lavoratori.
In relazione al recente innalzamento dell'età pensionabile disposto dal governo nazionale, si è prevista altresì la possibilità di accompagnamento al trattamento pensionistico per i lavoratori più anziani.
Il tavolo ha affrontato anche le problematiche relative alla gestione delle grandi aree di crisi: l'erogazione dei trattamenti integrativi sarà legata in questo caso alla presenza di accordi, anche territoriali, per il rilancio dell'attività e il ritorno al lavoro.
Confermato infine l'accesso agli ammortizzatori sociali pure per le piccole e piccolissime imprese, in modo da offrire risposte concrete al reale tessuto produttivo della Campania.
Al termine dei lavori, le parti hanno espresso concorde volontà di dar vita ad una proposta unitaria sul tema della riforma degli ammortizzatori sociali, attualmente allo studio del governo nazionale, che tenga conto anche delle specificità della Campania, delle sue imprese e soprattutto dei lavoratori.

lunedì 16 gennaio 2012

Martedì 17: Incontro col sindacato basco LAB su "Crisi e riforma del mercato del lavoro" in Italia e in Europa

siete tutti invitati tutti ad intervenire a questo momento di confronto, per cominciare ad immaginare insieme le forme di lotta più adatte per i lavoratori di fronte a questo grande attacco che il mercato del lavoro sta subendo non solo in Italia ma in tutta Europa. Avremo la possibilità di approfondire i temi che ci interessano, assieme ad un esponente del sindacato basco LAB.

Martedì 17 gennaio 2012 - ore 17:00 
 
Palazzo Giusso – Università Orientale (Largo San Giovanni Pignatelli, Napoli)

CONTRO LA CRISI E LA "RIFORMA" DEL MERCATO DEL LAVORO, IN ITALIA E IN EUROPA
Che risposta dare, quale lotta praticare?
Lavoratori e studenti ne parlano col sindacato basco LAB


su facebook (condividi e pubblicizza) 

Le manovre dei governi Berlusconi prima e Monti ora, che proseguono sulla strada dell'attacco alle condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori e delle lavoratrici non costituiscono assolutamente un'eccezione nel quadro europeo. Dovunque si volga lo sguardo non si può fare a meno di osservare l'offensiva che governi, banche ed imprenditori stanno conducendo.

Aumento dell'età pensionabile, “riforma” del mercato del lavoro, maggiore libertà di licenziare, aumento dello sfruttamento nelle fabbriche, attacco al salario ed ai diritti conquistati con anni di lotte: dalla Grecia alla Germania, passando per Portogallo e stato spagnolo, la ricetta che le classi dirigenti stanno usando per uscire dalla crisi vede cambiare ben pochi ingredienti.

E noi? Come possiamo rispondere a quest'attacco? Quali strumenti possiamo mettere in campo per resistere e iniziare a costruire la contro-offensiva?
Sono le possibili risposte a queste domande quelle su cui vogliamo interrogarci e confrontarci. Partendo dall'esperienza quotidiana, fatta di una conflittualità diffusa e capillare ma che stenta a generalizzarsi e a valicare i confini della fabbrica o della singola città. Ne parleremo anche con un compagno della LAB, sindacato di base dei Paesi Baschi, che sta provando, insieme al PAME ed agli altri sindacati di base d'Europa, a costruire una linea sindacale che sia largamente diffusa tra i lavoratori e allo stesso tempo altamente conflittuale. Sarà l'occasione per conoscere un'esperienza che ha saputo strappare numerosi successi, di cui il più importante forse non è da cercarsi in una singola vertenza ma nella capacità di organizzare una buona fetta della classe lavoratrice.

approfondimenti
LAB e il suo progetto sindacale 

promuovono:
Comitato "No Debito" - Napoli
EHL (Euskal Herriaren Lagunak)
 - Napoli [ehlnapoli@gmail.com // ehlitalia.com]
Clash City Workers 
- Napoli [clashcityworkers.org
Collettivo Autorganizzato Universitario 
- Napoli [caunapoli.org]



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Clash City Workers

sabato 14 gennaio 2012

Fiat: Airaudo, a Pomigliano su mille assunti nessuno e' della Fiom










 Torino, 13 gen - ''Dei 982 lavoratori rientrati a Pomigliano non c'e' nessuno dei 630 iscritti alla Fiom''. Lo ha denunciato il responsabile nazionale auto Giorgio Airaudo, a Torino, nel corso di una conferenza stampa in cui, assieme a Maurizio Landini, leader della Fiom, e' stato fatto il punto sulla raccolta firme per il referendum abrogativo dell'accordo del 13 dicembre scorso, che interessera' gli oltre 86 mila dipendenti italiani del Lingotto. Raccolta firme avvenuta a partire dal 22 dicembre in 67 stabilimenti Fiat (Milano: F.MI - notizie) , ma non a Pomigliano. ''La Newco di Pomigliano e' l'unico posto in Italia in cui la Fiom avrebbe diritto ad avere i propri rappresentanti, secondo quanto stabilito dal Tribunale di Torino, ma non e' possibile perche' e' in atto una discriminazione da anni Cinquanta'' hanno spiegato Landini e Airaudo. Ecco perche' ''Siamo pronti a cause individuali per la discriminazione nei confronti dei nostri iscritti''.''Nessuno sa se a Pomigliano rientreranno tutti i 4 Mila dipendenti. Gli esiti sono ancora tutti da verificare. E noi di Pomigliano vogliamo fare un caso'' hanno concluso gli esponenti della Fiom.

QUOTAZIONI CORRELATE

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giovedì 12 gennaio 2012

Il video dell'uomo che gira la testa di 180%

LONDRA – Nel 2006, il programma “Tarrant on Tv” condotto nella tv britannica da Chris Tarrant, ha presentato questo incredibile video di un ragazzo che riesce a girare la testa di 180 gradi.

Ciò che questo uomo riesce a fare ha dell’incredibile; probabilemnte per questo motivo, il video sta facendo di nuovo il giro del web.






venerdì 6 gennaio 2012

Ancora sulla “riforma” del mercato del lavoro. Che sta succedendo?

Come collettivo che cerca di fare inchiesta e controinformazione sul mondo del lavoro - ma anche connessione fra le varie vertenze dei lavoratori, perché si isoli l'elemento politico che ci accomuna e si si diffonda coscienza di classe, senza la quale non si vince – stiamo seguendo il dibattito di queste settimane per “riformare” il mercato del lavoro. Stiamo preparando un documento più completo sul tema, nel frattempo però vi segnaliamo una serie di articoli dove i vari aspetti del problema sono ben analizzati, perché dobbiamo da subito renderci conto della portata di quest'attacco e della gravità della situazione. 

Infatti, mentre le varie manovre finanziarie toccano soprattutto le tasche dei lavoratori, con peggioramento delle condizioni di vita, del potere di acquisto (si pensi solo al costo dei carburanti, all’aumento della pressione fiscale e delle bollette, alla ripresa dell'inflazione mentre i salari sono bloccati da anni etc), questa “riforma” del mercato del lavoro, se portata in fondo, segna uno scarto decisivo rispetto al passato anche recente. Uno scarto che non ha più solo a che fare con una dimensione “economica” di impoverimento crescente, ma investe tutti gli aspetti della vita, delle relazioni sociali, di ciò che è possibile o impossibile fare e persino pensare. 

Se si toccano le forme contrattuali, se si favoriscono i “licenziamenti”, si abolisce l'articolo 18, si smantellano i sindacati, si toccano gli ammortizzatori sociali, si allunga l'età lavorativa, cambia tutto il sistema di relazioni industriali, tutto il sistema di diritti, tutta la percezione che il lavoratore ha di sé e degli altri - sia dei suoi compagni che dei suoi padroni. Si prospetta così un sistema “neocorporativo”, in cui allo scontro - per quanto celato, per quanto mediato - fra capitale e lavoro, si mette una pesante sordina. Imponendo modalità di controllo feroci e contemporaneamente un consenso di massa coagulato intorno alla sua ideologia (la produttività, la carriera, il “siamo tutti sulla stessa barca”), il capitale riesce ormai a rendere il lavoro compatibile al massimo. Di questa nuova fase, Marchionne con il suo Piano, con le sue “uscite”, con il lancio della Panda a Pomigliano, ci ha fornito una prima, durissima e scintillante, raffigurazione. 

Insomma, la borghesia, o meglio: la sua frazione più “avanzata”, sta mettendo mano ad un nodo centrale, a partire dal quale si diramano conseguenze infinite sulla strutturazione dell'intera società. Infatti, il capitale - bisogna ricordarlo sempre - non è una “cosa”, non è tanto o soltanto una massa di denaro, quanto innanzitutto “un rapporto sociale fra persone” (Marx), un processo in continuo movimento. La forza del suo dominio è data dalla sua capacità di rendere sempre più veloce la sua circolazione, di imporsi sul lavoro, di rendere questo suo antagonista perenne sempre più fragile e manovrabile. Da parte nostra, ci limitiamo qui solo a far notare due cose, che andrebbero ripetute ossessivamente:

1. “Riforma” delle pensioni e “licenziamenti facili” sono strettamente legati, sono mosse complementari, nonostante siano state presentate come aspetti separati - d'altronde è questo il metodo che sta seguendo il Governo: far passare un quadro di riforma complessivo ogni volta come singolo provvedimento che andrebbe a correggere una stortura di qualche tipo (stortura che viene mediaticamente presentata come “anomalia tutta italiana”, “buco nero” del sistema etc)... L'idea di fondo del Governo è che mentre si allunga l'età lavorativa, mossa necessaria per far cassa nell’immediato, eliminando il costo sociale rappresentato dal pensionato e facendo coincidere così l'intero ciclo di vita con il ciclo del lavoro, si debba intervenire per scaricare i lavoratori che raggiunta una certa età non sono più produttivi. Se infatti bisogna lavorare fino ai 66, ai 70 anni, quale imprenditore vuole tenersi sul groppone un individuo restio agli “aggiornamenti”, stanco e sfiduciato? 
Considerato che si sta anche parlando (Fornero in primis) di ancorare il salario non più all'anzianità ma al ciclo di vita (dunque alla salute, all'energia del lavoratore, di modo che il picco della retribuzione si abbia quando il lavoratore è giovane e forte per poi farlo rapidamente decrescere), abbiamo di fronte un incubo non solo “economico”, ma sociale e morale: la scomposizione dei lavoratori secondo una linea generazionale, con i giovani precari che mirano nella fabbrica o nell'azienda a prendere il posto dei padri troppo tutelati, mentre questi padri saranno costretti dopo trent'anni di fatica a lavori umilissimi per totalizzare gli anni contributivi...

2. Quando si parla di “crescita” si sottintende sempre “crescita dello sfruttamento”. Dobbiamo imparare a leggere dietro le parole e le chiacchiere dei politici, dei giornalisti o dei tecnici interessati: in una situazione di crisi di questa portata, per far ripartire il PIL bisogna far ripartire gli investimenti in attività produttive – le uniche che producano ricchezza (quella ricchezza che nella Borsa e nelle transazioni finanziarie si limita a circolare, è cioè “fittizia”, direbbe Marx, pur agendo a sua volta continuamente sulla cosiddetta “economia reale”, come si è visto con l’ultima crisi del 2007). Ora, gli investimenti ripartono solo se sono profittevoli: nessun capitalista investirebbe mai in uno spazio geografico ed in un contesto sociale che non gli permette di tirare fuori il massimo guadagno. Ed il profitto è un altro modo per chiamare il plusvalore prodotto dal lavoratore, il quale perciò deve essere fatto lavorare di più in termini di tempo (estensivamente) e di più in termini di produttività, con ritmi più veloci (cioè intensivamente). Da questo punto di vista in Italia, rispetto al resto dell’Europa e del mondo, a causa di un’eredità delle lotte operaie e di una staticità complessiva della società, ci sono ancora troppe rigidità, ancora troppi diritti. Per poter “crescere” bisogna quindi far crescere la possibilità e la effettualità dello sfruttamento dei lavoratori, e bisogna quindi eliminare ogni fattore di resistenza (come i sindacati) e tenere compressi i salari. Bisogna poi liberare anche capitali, che devono potersi muovere e non restare “immobilizzati”: ecco spiegata l’enfasi sulle privatizzazioni, sulle liberalizzazioni, sui fondi pensione integrativi … Anche il risparmio del cittadino deve essere messo in circolazione (evitando ad esempio che venga bloccato nell’acquisto di una casa, forma di investimento per eccellenza dell’italiano medio).  

Non diciamo nulla di nuovo: è questa strategia che è stata duramente applicata negli anni passati negli altri paesi europei, come alla Spagna all’inizio del Duemila o come alla Germania, e che ha comportato il “miracolo” – un miracolo tutto per i padroni, visto che i lavoratori non ne hanno tratto alcun giovamento… In Spagna infatti, passata l’euforia, la disoccupazione è altissima, in Germania i salari sono bloccati da più di dieci anni (in realtà si tratta di una diminuzione del potere d’acquisto, visto che nel frattempo l’inflazione cresceva; anche se nella cantieristica la riduzione è stata anche nominale), e la posizione complessivamente “forte” del paese sullo scacchiere internazionale, che pure gli permette di assorbire quote non trascurabili di ricchezza mondiale, non impedisce che fra i proletari si diffonda la miseria più nera. 

Ora la sfida della borghesia italiana è: riusciremo a fare queste stesse riforme senza che si produca un significativo movimento di resistenza e si delinei una qualche politica alternativa? È compito di ciascuno di noi dimostrare che non ce la faranno: ma per poter mettere in piedi questa resistenza dobbiamo innanzitutto sapere cosa e quanto ne va del nostro futuro e diffondere ovunque questa percezione. Questo post, e queste poche righe, vogliono essere proprio un contributo in tal senso…  


- Partiamo dunque dallo stato dell’arte, ben sintetizzato da questo titolo di Repubblica: Articolo 18, il governo ci riprova. Monti: "Veti non ci bloccheranno". Il premier ha infatti detto, svelando così il vero senso del proprio mandato - cioè quello di essere esecutore degli ordini della borghesia: “siamo stati chiamati per fare queste cose… Dobbiamo farle anche senza l`accordo di tutti. Questo è il nostro compito altrimenti non ci avrebbero chiamati”. La strategia del governo è quella di sentire singolarmente le parti in via consultiva e poi prendere autonomamente decisioni irrevocabili; tanto non c’è bisogno di negoziati: “è il medesimo metodo che ha portato nell'arco di pochi giorni a una riforma strutturale delle pensioni che i sindacati, e la loro base, hanno finito per subire, praticamente senza reazione, se si esclude uno sciopero di mezza giornata: non era mai successo, dal 1967 in poi, che le confederazioni venissero del tutto tagliate fuori dalla definizione di una legge sulla previdenza”. L’idea di fondo è quella di Pietro Ichino, che ieri ha incontrato la Fornero: per neoassunti, disoccupati e lavoratori in “nuove aggregazioni” (termine non a caso fumoso) l’articolo 18 sarà carta straccia: licenziamento individuale e per motivi economici, tecnici o organizzativi (anche qui la fumosità dei limiti va a tutto vantaggio dei padroni), in cambio una poco chiara indennità economica decrescente nel tempo… 

- Qui invece un dossier sugli ammortizzatori sociali. Sebbene sia evidentemente di parte, celebrando il cambiamento del sistema, reputato come al solito vecchio ed inadeguato, è utile per sintetizzare le modifiche possibili:
1) Sulla Cig (cassa integrazione) ordinaria e straordinaria. La proposta è farla diventare unica; i vantaggi che ci raccontano sono che ne potranno usufruirne tutti indistintamente (mentre prima la straordinaria era solo per le imprese con più di 15 dipendenti). D’altra parte la fregatura è che la cig ordinaria era pagata solo dalle imprese mentre la nuova cig sarà pagata da imprese e dipendenti come succedeva per la cig straordinaria.
2) Cig in deroga. La proposta è di abolirla; i vantaggi che ci raccontano: non graverà più sulla collettività. Infatti entrava in gioco dopo le altre due e finiva “per gravare interamente sulle spalle dei contribuenti”, visto che era pagata con fondi pubblici. La fregatura: visto che è “il sintomo dell'impotenza del sistema economico a riconvertirsi offrendo alternative occupazionali ai dipendenti delle aziende in crisi”, se si cura solo il sintomo il malato muore comunque.
3) Mobilità. La proposta è di ridurla dal massimo attuale di 4 anni a 3 anni. Su questo punto non riescono a raccontarci quale sia il vantaggio, mentre la fregatura è evidente: si resta a piedi.
4) Indennità. La proposta è di estenderne la durata a 2 o 3 anni aumentandone (non si sa di quanto) l’entità. I vantaggi che ci raccontano: mentre oggi dura 12 mesi (over 50) o 8 mesi e vale tra il 60% (primi 6 mesi) e il 40% (dal 9° al 12° mese) della retribuzione con tetto massimo iniziale di 900€, nel futuro sarà più bella e permetterà di spendere e così contribuire ad alzare il livello dei consumi. La fregatura: non prevede nessun legame di lavoro con l’impresa licenziataria e sarà sempre una miseria. 

- Intanto questo è il contesto reale in cui si sviluppano questi dibattiti, le cui conseguenze sono destinate a pesare da subito su centinaia di migliaia di lavoratori. Ecco un breve articolo riepilogativo dei tavoli aperti al Ministero dello Sviluppo economico: Il 2012 si presenta: 40mila posti a rischio. 

Questo studio della CGIL riassume invece molto bene le tipologie di contratto attualmente vigenti e soprattutto le loro applicazioni. Lavoro: 46 forme contrattuali esistenti, portarle a 5. Studio dipartimento mercato lavoro. Il problema semmai è nella conseguenza politica che ne trae la CGIL, che vorrebbe contrattare le briciole sul “contratto prevalente” che però, in questa veste ancora molto fumosa sembra essere né più né meno che il vecchio contratto di inserimento (con il piccolo dettaglio che però nel contesto attuale servirebbe a dismettere ancora di più il tempo indeterminato). In ogni caso il Governo Monti punta, con incontri separati, a diminuire le possibilità di manovra ed i margini di contrattazione per la CGIL. Per il sindacato concertativo, come è già avvenuto per la FIOM sotto il ricatto Marchionne, si pone ormai sempre più la domanda: “da che parte volete stare?”. 

- Infine un utile articolo dalla rivista Senza SosteDanimarca e flexicurity: quello che Ichino e altri non ci raccontano. Giusto per capire alcune fandonie che ci stanno raccontando, soprattutto a sinistra, sulla tanto decantata flexsecurity danese, che dovrebbe riuscire nel miracolo di conciliare crescita e ricchezza dei capitalisti con rispetto dei lavoratori.



                                                                       Di:  Clash Worker

giovedì 5 gennaio 2012

Che doni mettere dentro la calza della befana?? Ecco il consiglio dei pedagogisti




Cosa mettere dentro la calza della befana?
Domanda non semplice da rispondere, in quanto con tutte le abbuffate che abbiamo vissuto sotto questo periodo natalizio, scegliere i doni giusti, senza rinunciare al gusto della calzetta golosa, non è sempre semplice.
Ma ecco che arriva in vostro soccorso il consiglio di una pedagogista Elisabetta Scala, coordinatrice nazionale del Moige, che mette in guardia i genitori dall' evitare il più possibile gli eccessi poichè i bambini hanno già ricevuto, in media, molte sorprese per il Natale, sia giocattoli che altro, e quindi quella della Befana dev’essere l’occasione per un dono più “modesto“, magari anche solo qualche dolcetto:
“Per tradizione – ricorda la dott.ssa Scala – la Befana porta leccornie e piccoli doni, quelli che, appunto, entrano nella calza”. Perciò, la morale è proprio quella di: “Non esagerare”. Oltre ai dolcetti, come il tradizionale e delizioso carbone dolce, l’esperta suggerisce: “Un regalo tipico è il cappello con i guantini coordinati. Solo pensierini. Soprattutto alla luce dell’abbuffata di regali che per molti bambini c’è stata per Natale”.
A proposito di carbone, invece, la dott.ssa Scala avverte che: “Se c’è, deve essere poco, mai trasformarsi in una punizione. A punirli, infatti, non deve certo essere la Befana”.
Anche perché trovare soltanto carbone, magari neppure buono da sgranocchiare, potrebbe rivelarsi un vero trauma anche per il bambino più “monello”. A meno che, come consiglia la pedagogista, non venga “reinterpretato”: “Se il carbone entra in casa deve trasformarsi in un gioco: ad esempio consegnarne pezzi veri per poi tirare fuori la calza con i dolci e i doni”.
Insomma, spaventarli giusto un pochino per poi passare al regalo vero, che tutto stempera e addolcisce. Ma soprattutto, e questo ultimo consiglio lo facciamo volentieri nostro: “L’Epifania, comunque, è una tradizione tutta italiana che va preservata”. Befana inclusa, affinché i piccoli: “continuino a credere nell’incanto delle fiabe“.
Siete d' accordo?
E dopo questi ultimi consigli, vi auguro una golosissima ma "salutare" Epifania Amici!

Colmi